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(...) vecchia (e stanca) bio contadina part time,
considero il blog una finestra come le altre che ho in casa e,
per chi guarda da fuori, una stanza al pari di un'altra.
bella o brutta che sia,
mi soddisfa e tanto mi basta.

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lunedì 4 luglio 2011

Artur Aristakisjan

Nella sua vita Artur Aristakisjan ha girato due film: perché ciascuno di essi è figlio di una gestazione di esperienze vissute lunghe, lunghissime, radicali, apparentemente ai limiti della follia.
Quattro anni con gli emarginati della sua città natale, Kishinev, in Moldavia, per realizzare Ladoni, il suo film di diploma alla gloriosa scuola di cinema di Mosca, la VGIK.
Altri cinque anni, invece nell’
Ultimo posto sulla Terra (Mesto na zemle): così Aristakisjan definisce la casa diroccata di Mosca dove egli stesso ha fondato – per viverci e per girare il proprio film – la comune ‘post-hippy’, tuttavia popolata da disadattati.




(...) Prima di ricucire quel discorso iniziato nel 1993 con Ladoni passano ben 8 anni, con l’uscita di Mesto na zamle ci troviamo in una dirompente estremizzazione di ciò che avevamo visto prima.
Il nuovo lungometraggio è, come lo etichetterà il regista, un film pericoloso.
Lo spettatore è portato in una dimensione che nuovamente, come in Ladoni, non riconosce, non sente sua e questo lo spaventa, lo fa scappare via.
Vedere poi coinvolti in questo mondo, così disgustoso e irreale, dei giovani belli e in salute è solo un aggravante della paura che sorprende chi guarda.




"Coloro che guardano il mio film non si sentono rappresentati ed è per questo che rimangono così profondamente delusi da ciò che vedono sullo schermo. Vedono un film nel quale c’è posto per tutti, tranne che per loro. C’è una ragione fondata per attaccare il film: la per la prima volta si sono imbattute in un cinema nel quale loro non esistono. Magari, ammettono anche di non essere tra i vivi, ma la cosa più importante è che non si ritrovano nel film. Ammettiamo che non siano rappresentati in un dipinto (approvano che sia possibile dipingere dei nani, degli indigeni di una qualche isola), le mostre apparterrebbero loro ugualmente. Andranno alla mostra e guarderanno gli indigeni, non ritroveranno sé stessi, ma ciò li soddisferà comunque e nessuno accuserà Gaugin per il fatto che non ha trovato per i suoi soggetti dei bianchi, dei modelli famosi o delle ragazze nostrane. Ma questo è il cinema - la finestra sul mondo dei desideri – nel quale loro, la gente integrata in questa società, devono assolutamente essere presenti".

(Artur Aristakisjan)