Acquistato sempre per via che quella libreria di cui dicevo continua a esporne in gran quantità sotto i portici, Voci mi è arrivato in mano con prepotenza, lunedì scorso circa alle 15,15 mentre ancora mi rigiravo in tasca i cuoricini che mi ha regalato Melina Riccio in una lunga chiacchierata sotto il sole a De Ferrari e in testa i Canneti di Tanizaki, di cui chissà quando troverò modo di dire perchè di quel dolcissimo racconto ho pudore e gelosia.
Comunque in qualche modo i due stili e i due mondi così diversi si son messi paralleli come binari, da una parte due sorelle e le vicende legate a rispetto e cerimoniali e da questa due fratelli che si ritrovano in un mondo in cui l'uno torna dopo esserne stato scacciato dal padre mentre l'altro vi ha sempre abitato e che alla fine risulta estraneo a entrambi.
Ci è voluto un certo sforzo per far tornare l'impressione che suscita leggere Sulayman Fayyad, con quella che si tratti, invece che di un autore di altri meridiani e/o paralleli, di un egiziano.
Le voci che offre al lettore hanno sì l'eco profondo delle sue radici, ma il modo in cui le articola le fanno apparire estranee, lontane, impietose.
Ciascuna ha i suoi colori e i suoi timbri, ma ognuna ha un retrogusto amaro, sia che si tratti dell'accento parigino di Simone sia che si parli di quello del villaggio di al_Darawish.
Sia quando se ne descrive l'atmosfera e il suo stridere con gli usi dell'ospite e sia quando alla fine viene messa in atto la vendetta con l'alibi dell'osservanza alle tradizioni.
Una lettura inaspettatamente asciutta per me che amo poco leggere "arabo" per via che lo trovo "prolisso" e poco ateo (o molto religioso che dir si voglia).
Poi ho letto che invece c'è tutto un filone di scrittori d'avanguardia che si staccano da questa tendenza e allora, indagherò.
"Sì... cosa? Ah... ma di quale morte parla? Della sua o della nostra?"
(pagg. 118, l'ultima)
