ha una voce calda e imperturbabile come la sua espressione, anche se ci sono giorni in cui traspaiono note di umani sentimenti discosti dal contenuto delle opere scelte.
spesso, quando vado in san vincenzo a comprare la focaccia più buona del mondo e giro per via colombo già sento la voce e, quando riconosco i versi della divina commedia, so che approfitterò delle panchine vicino a panarello per una sosta.
la più lontana perché mi mette un po' in soggezione, anche se sembra concentrato solo sul suo lavoro.
mentre ascolto guardo le persone entrare e uscire dalla sua bolla.
il suono arriva dal davanti ma quando lo passi smetti di udirlo, quindi a qualche metro si arrestano brevissimamente per subito proseguire e i più neanche sembrano accorgersi di quello in cui si sono imbattuti.
al secolo luca bertoncini (qui una breve intervista), milanese di nascita, abita a genova da oltre un decennio dove, due o tre anni fa, inizia a declamare poesie per strada...
provvisoriamente _ ironicamente _ fugacemente _ instabilmente _ cinicamente _ p a r a l l e l a m e n t e_click
.
(...) vecchia (e stanca) bio contadina part time,
considero il blog una finestra come le altre che ho in casa e,
per chi guarda da fuori, una stanza al pari di un'altra.
bella o brutta che sia, mi soddisfa e tanto mi basta.
considero il blog una finestra come le altre che ho in casa e,
per chi guarda da fuori, una stanza al pari di un'altra.
bella o brutta che sia, mi soddisfa e tanto mi basta.
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venerdì 31 agosto 2018
giovedì 5 gennaio 2017
Qual è la tua strada amico?… la strada del santo, la strada del pazzo, la strada dell’arcobaleno, la strada dell’imbecille, qualsiasi strada. È una strada in tutte le direzioni per tutti gli uomini in tutti i modi*
* Jack Kerouac
la chiamano strada... è in India e solo l'idea di percorrerla mette i brividi.
poi c'è questa, in Nuova Zelanda, ma per 'guidarla' ci vuole un permesso speciale e in ogni caso se incontri un veicolo in direzione opposta, resta solo il baratro.
ve ne sono per tutti i gusti, in ogni angolo del mondo, e un sacco di gente le percorre.
(sicuramente avranno i loro motivi).
sinceramente sceglierei un altro mezzo di trasporto.
e poi ce questa in Norvegia, che le batte tutte. unisce piccole isole deserte sparse tra le onde dell'oceano artico e deve essere uno spettacolo percorrerla nel buio dell'aurora boreale, in mezzo a una tempesta ghiacciata con i fari che ti abbagliano e un pezzo qualsiasi degli Einstürzende Neubauten nelle orecchie.
ad esempio Kollaps...
"Non c'è molto tempo fino al crollo
Distruggiamo le città vagando di notte
radiamole al suolo
Crollo, più dolce crollo
Noi siamo la nuova orda d'oro
questa volta senza Gengis Khan
colpisci più forte grida più forte
Non c'è più molto tempo fino al crollo
dammi fuoco
demoliscimi ancora e ancora
fino al crollo".
la chiamano strada... è in India e solo l'idea di percorrerla mette i brividi.
poi c'è questa, in Nuova Zelanda, ma per 'guidarla' ci vuole un permesso speciale e in ogni caso se incontri un veicolo in direzione opposta, resta solo il baratro.
ve ne sono per tutti i gusti, in ogni angolo del mondo, e un sacco di gente le percorre.
(sicuramente avranno i loro motivi).
sinceramente sceglierei un altro mezzo di trasporto.
e poi ce questa in Norvegia, che le batte tutte. unisce piccole isole deserte sparse tra le onde dell'oceano artico e deve essere uno spettacolo percorrerla nel buio dell'aurora boreale, in mezzo a una tempesta ghiacciata con i fari che ti abbagliano e un pezzo qualsiasi degli Einstürzende Neubauten nelle orecchie.
ad esempio Kollaps...
"Non c'è molto tempo fino al crollo
Distruggiamo le città vagando di notte
radiamole al suolo
Crollo, più dolce crollo
Noi siamo la nuova orda d'oro
questa volta senza Gengis Khan
colpisci più forte grida più forte
Non c'è più molto tempo fino al crollo
dammi fuoco
demoliscimi ancora e ancora
fino al crollo".
sabato 19 novembre 2016
i costruttori di babele
un po' naif, un po' poeti della modernità e dei suoi scarti, un po' visionari.
un giovane savonese, gabriele mina, li ha raccolti in un libro e in un sito web in cui sono definiti 'muratori dell'immaginario'.
tutte storie magiche in cui vita e professioni comuni si 'sfogano' in pratiche artistiche il più delle volte misconosciute, dileggiate, mal tollerate e alcune volte distrutte dall'incuria e dalla mal curanza degli amministratori locali superficiali e distratte.
alcune perdute, del tutto... altre diventate museo che si fa lui stesso creazione d'arte benché, in fondo, alcuni possano considerarlo soltanto accozzaglia di ferraglie e vecchi ricordi.
due esempi su cui val la pena di impegnare qualche minuto a scorrere la galleria fotografica...
il museo guatelli...
e il museo agostinelli.
perla tra le perle, i sassi, le conchiglie, gli stracci e le ferraglie l'opera di bonaria manca, un mondo di colori e parole in cui perdersi (senza alcuna voglia di tornare indietro) è un attimo...
un giovane savonese, gabriele mina, li ha raccolti in un libro e in un sito web in cui sono definiti 'muratori dell'immaginario'.
tutte storie magiche in cui vita e professioni comuni si 'sfogano' in pratiche artistiche il più delle volte misconosciute, dileggiate, mal tollerate e alcune volte distrutte dall'incuria e dalla mal curanza degli amministratori locali superficiali e distratte.
alcune perdute, del tutto... altre diventate museo che si fa lui stesso creazione d'arte benché, in fondo, alcuni possano considerarlo soltanto accozzaglia di ferraglie e vecchi ricordi.
due esempi su cui val la pena di impegnare qualche minuto a scorrere la galleria fotografica...
il museo guatelli...
e il museo agostinelli.
perla tra le perle, i sassi, le conchiglie, gli stracci e le ferraglie l'opera di bonaria manca, un mondo di colori e parole in cui perdersi (senza alcuna voglia di tornare indietro) è un attimo...
e poi proseguire il viaggio...
la casa volante...
le bombosculture...
e siamo solo a metà del cammino lungo la penisola tra case e palazzi incantati, giardini improbabili e cimiteri estrosi, eremi nostalgici, mondi in miniatura e parchi giochi, visioni apocalittiche e accumuli vari.
giovedì 7 luglio 2016
Vuei a è Domènia, doman a si mòur
Vuei a è Domènia,
doman a si mòur,
vuei mis vistís
di seda e di amòur.
Vuei a è Domènia,
pai pras cun frescs piès
a sàltin frutíns
lizèirs tai scarpès.
Ciantànt al me spieli
ciantànt mi petèni.
Al rit tal me vuli
il Diàul peciadòur.
Sunàit, mes ciampanis,
paràilu indavòur!
Sunàn, ma se i vuàrditu
ciantànt tai to pras?"
I vuardi il soreli
di muartis estàs,
i vuardi la ploja
li fuèjs, i gris.
I vuardi il me cuàrp
di quan'ch'i eri frut,
li tristis Domèniis,
il vivi pierdút.
"Vuei ti vistíssin
la seda e l'amòur,
vuei a è Domènia
domàn a si mòur".
Pier Paolo Pasolini
Oggi è Domenica, domani si muore
Oggi è Domenica,
domani si muore,
oggi mi vesto
di seta e d'amore.
Oggi è Domenica,
pei prati con freschi piedi
saltano i fanciulli
leggeri negli scarpetti.
Cantando al mio specchio,
cantando mi pettino.
Ride nel mio occhio
il Diavolo peccatore.
Suonate, mie campane,
cacciatelo indietro!
"Suoniamo, ma tu cosa guardi
cantando nei tuoi prati?"
Guardo il sole
di morte estati,
guardo la pioggia,
le foglie, i grilli.
Guardo il mio corpo
di quando ero fanciullo,
le tristi Domeniche,
il vivere perduto.
"Oggi ti vestono
la seta e l'amore,
oggi è Domenica,
domani si muore".
Pier Paolo Pasolini e le sue opere dialettali CLICK
doman a si mòur,
vuei mis vistís
di seda e di amòur.
Vuei a è Domènia,
pai pras cun frescs piès
a sàltin frutíns
lizèirs tai scarpès.
Ciantànt al me spieli
ciantànt mi petèni.
Al rit tal me vuli
il Diàul peciadòur.
Sunàit, mes ciampanis,
paràilu indavòur!
Sunàn, ma se i vuàrditu
ciantànt tai to pras?"
I vuardi il soreli
di muartis estàs,
i vuardi la ploja
li fuèjs, i gris.
I vuardi il me cuàrp
di quan'ch'i eri frut,
li tristis Domèniis,
il vivi pierdút.
"Vuei ti vistíssin
la seda e l'amòur,
vuei a è Domènia
domàn a si mòur".
Pier Paolo Pasolini
Oggi è Domenica, domani si muore
Oggi è Domenica,
domani si muore,
oggi mi vesto
di seta e d'amore.
Oggi è Domenica,
pei prati con freschi piedi
saltano i fanciulli
leggeri negli scarpetti.
Cantando al mio specchio,
cantando mi pettino.
Ride nel mio occhio
il Diavolo peccatore.
Suonate, mie campane,
cacciatelo indietro!
"Suoniamo, ma tu cosa guardi
cantando nei tuoi prati?"
Guardo il sole
di morte estati,
guardo la pioggia,
le foglie, i grilli.
Guardo il mio corpo
di quando ero fanciullo,
le tristi Domeniche,
il vivere perduto.
"Oggi ti vestono
la seta e l'amore,
oggi è Domenica,
domani si muore".
Pier Paolo Pasolini e le sue opere dialettali CLICK
giovedì 31 marzo 2016
Sola fra i Numi è buona all'uom Speranza
la speranza è l'ultima a morire, o come direbbe Foscolo riprendendo Teognide*: 'Tutti i numi salendo all’Olimpo gli infelici mortali abbandonano: la Speranza sola rimane buona dea'.
dunque è dal VI secolo a.C. che si usa la metafora della speme come appiglio contro il destino che spegne uno ad uno gli altri sentimenti, sempre partendo dai più nobili.
*Ti ho dato ali per volare sul mare sconfinato
e su tutta la terra, in alto librandoti
facilmente. Nei conviti e in tutti i banchetti sarai presente,
adagiato sulla bocca di molti.
Accompagnati da flauti dal suono acuto, uomini giovani
e decorosamente amabili canteranno te, con voce bella
e chiara. E quando, nei recessi dell'oscura terra,
verrai alle case molto lacrimate dell'Ade,
mai - neppure morto - perderai la fama, ma sarai a cuore
agli uomini, avendo sempre un nome indistruttibile,
Cirno, per la terra dell'Ellade e per le isole
aggirandoti, varcando lo sterile mare pescoso;
e non seduto sul dorso di cavalli, ma ti condurranno
gli splendidi doni delle Muse dalla corona di viole.
E per tutti quelli cui sta a cuore, anche tra i posteri,
tu sarai ugualmente motivo di canto, finché ci saranno la terra e il sole.
La poesia finisce con un verso riferito al soggetto a cui è diretta, lo stacco dal resto perché in questo contesto appare più consono a rappresentare una sorta di risposta di chi giustamente e inutilmente pretende la verità vera e invece riceve solo delle belle parole e tante menzogne:
Ma io da te non ottengo rispetto, neppure poco;
con le parole tu mi inganni, come s'io fossi un bambino.
dunque è dal VI secolo a.C. che si usa la metafora della speme come appiglio contro il destino che spegne uno ad uno gli altri sentimenti, sempre partendo dai più nobili.
*La sola dea rimasta quaggiù fra i mortali, è Speranza: ci hanno lasciati gli altri, sono ascesi all'Olimpo.
Partì la Buona Fede, gran Diva: partì la Saggezza
il Giuramento fido fra gli uomini più non si trova,
né più venera alcuno gl'immortali celesti.
Spenta è la razza degli uomini pii: né più alcuno rispetta
né le leggi degli uomini, né i decreti divini.
Ma sinché vive, sinché vede ognuno la luce del sole,
verso gli dei si mostri poi, la Speranza onori,
e, preci offrendo ai numi, bruciando a lor femori pingui,
sacrifichi a Speranza, prima ed ultima Diva.
E dagli obliqui discorsi degli uomini iniqui si guardi,
che, senza avere mai riguardo agli Immortali,
ai beni l'un dell'altro rivolgono sempre le brame,
coprendo opere turpi con apparenza bella.
![]() |
| e per i tanti altri uniti dalla stessa sorte infame. |
e su tutta la terra, in alto librandoti
facilmente. Nei conviti e in tutti i banchetti sarai presente,
adagiato sulla bocca di molti.
Accompagnati da flauti dal suono acuto, uomini giovani
e decorosamente amabili canteranno te, con voce bella
e chiara. E quando, nei recessi dell'oscura terra,
verrai alle case molto lacrimate dell'Ade,
mai - neppure morto - perderai la fama, ma sarai a cuore
agli uomini, avendo sempre un nome indistruttibile,
Cirno, per la terra dell'Ellade e per le isole
aggirandoti, varcando lo sterile mare pescoso;
e non seduto sul dorso di cavalli, ma ti condurranno
gli splendidi doni delle Muse dalla corona di viole.
E per tutti quelli cui sta a cuore, anche tra i posteri,
tu sarai ugualmente motivo di canto, finché ci saranno la terra e il sole.
La poesia finisce con un verso riferito al soggetto a cui è diretta, lo stacco dal resto perché in questo contesto appare più consono a rappresentare una sorta di risposta di chi giustamente e inutilmente pretende la verità vera e invece riceve solo delle belle parole e tante menzogne:
Ma io da te non ottengo rispetto, neppure poco;
con le parole tu mi inganni, come s'io fossi un bambino.
martedì 15 dicembre 2015
incantesimo
già vedere dei glitter qui sopra fa pensare a un sortilegio da novena natalizia, invece è solo uno sfizio annoiato, un piccolo richiamo per le eventuali forze occulte affinché apportino un po' di magia alle stanche giornate.
pensavo di cavarmela con una sequela di aforismi e invece ho scoperto che ve ne sono pochissimi su questo tema.
le fate sono cose diverse dalle streghe, hanno un diverso codice etico.
certo è che entrambe si sono estinte così come è sempre più difficile provare incanto positivo tra i tanti e più frequenti disincanti e malefici, così come recita il poeta: I miei incantesimi sono infranti.
La penna mi cade, impotente, dalla mano tremante.
Se il mio libro è il tuo caro nome, per quanto mi preghi,
non posso più scrivere. Non posso pensare, né parlare,
ahimè non posso sentire più nulla,
poiché non è nemmeno un'emozione,
questo immobile arrestarsi sulla dorata
soglia del cancello spalancato dei sogni,
fissando in estasi lo splendido scorcio,
e fremendo nel vedere, a destra
e a sinistra, e per tutto il viale,
fra purpurei vapori, lontano
dove termina il panorama nient'altro che Te.
(Edgar Allan Poe)
"Bisogna camminare nella direzione dei nostri sogni, altrimenti perdiamo l'incanto della vita" (Romano Battaglia), sagge parole!
lunedì 30 marzo 2015
Invitta fragilità _ come lo gridi al mondo/fiore inzuppato di viola _ come al vento tremando _ dispieghi il tuo emblema *
Qui è l’emozione della lotta politica, della vicenda che ho vissuto, quel percorso poi finito nella amarezza. «Invitta fragilità»: c’è questo doppio significato. «Come lo gridi al mondo»: come lo esalti, almeno dentro di me. «Fiore inzuppato di viola»: qui c’è un po’ di estetismo, mi persuade fino ad un certo punto. «Come al vento tremando»: il vento è la tempesta. Tremare, c’è la paura. Ma, comunque, tieni, fragilità, dispieghi la tua bandiera. *
* Pietro Ingrao.
fa un po' impressione, ma capita spesso che un ideale muoia prima di chi ha creduto in esso per una vita, più raro che accada di vivere così a lungo da vederlo nascere, aiutarlo a crescere e assistere al suo declino.
qualcosa che sembrava unire a diverse latitudini per poi sfociare in una rivoluzione globale, un riscatto delle classi sociali deboli politicamente ma portanti del sistema industriale capitalistico.
è andata storta, ma i più han continuato come se niente fosse a dirsi vincitori, artefici della riscossa, portatori del cambiamento che lascia tutto scorrere identico a ieri.
uno che aveva capito dove si stava andando compie oggi cento anni e forse ci è arrivato perché poeta prima che politico.
* Pietro Ingrao.
fa un po' impressione, ma capita spesso che un ideale muoia prima di chi ha creduto in esso per una vita, più raro che accada di vivere così a lungo da vederlo nascere, aiutarlo a crescere e assistere al suo declino.
qualcosa che sembrava unire a diverse latitudini per poi sfociare in una rivoluzione globale, un riscatto delle classi sociali deboli politicamente ma portanti del sistema industriale capitalistico.
è andata storta, ma i più han continuato come se niente fosse a dirsi vincitori, artefici della riscossa, portatori del cambiamento che lascia tutto scorrere identico a ieri.
uno che aveva capito dove si stava andando compie oggi cento anni e forse ci è arrivato perché poeta prima che politico.
venerdì 13 febbraio 2015
Non a tutti è dato cantare, e non tutti possono cadere come una mela sui piedi degli altri.
Mi piace spettinato camminare
Col il capo sulle spalle come un lume
così mi diverto a rischiarare
il vostro autunno senza piume.
Mi piace che mi grandini sul viso
la fitta sassaiola dell'ingiuria,
mi agguanto solo per sentirmi vivo
al guscio della mia capigliatura.
Ed in mente mi torna quello stagno
che le canne e il muschio hanno sommerso
ed i miei che non sanno di avere
un figlio che compone versi;
ma mi vogliono bene come ai campi
alla pelle ed alla pioggia di stagione,
raro sarà che chi mi offende
scampi alle punte del forcone.
Poveri genitori contadini,
certo siete invecchiati e ancor temete
il Signore del cielo e gli acquitrini,
genitori che mai non capirete
che oggi il vostro figliuolo è diventato
il primo fra i poeti del Paese
e ora in scarpe verniciate
e col cilindro in testa egli cammina.
Ma sopravvive in lui la frenesia
di un vecchio mariuolo di campagna
e ad ogni insegna di macelleria
la vacca si inchina sua compagna.
E quando incontra un vetturino
gli torna in mente il suo concio natale
e vorrebbe la coda del ronzino
regger come strascico nuziale.
Voglio bene alla patria
benché afflitta di tronchi rugginosi
m'è caro il grugno sporco dei suini
e i rospi all'ombra sospirosi.
Son malato di infanzia e di ricordi
e di freschi crepuscoli d'Aprile,
sembra quasi che l'acero si curvi
per riscaldarsi e poi dormire.
Dal nido di quell'albero, le uova
per rubare, salivo fino in cima
ma sarà la sua chioma sempre nuova
e dura la sua scorza come prima;
e tu mio caro amico vecchio cane,
fioco e cieco ti ha reso la vecchiaia
e giri a coda bassa nel cortile
ignaro delle porte dei granai.
Mi sono cari i miei furti di monello
quando rubavo in casa un po' di pane
e si mangiava come due fratelli
una briciola l'uomo ed una il cane.
Io non sono cambiato,
il cuore ed i pensieri son gli stessi,
sul tappeto magnifico dei versi
voglio dirvi qualcosa che vi tocchi.
Buona notte la falce della luna
sì cheta mentre l'aria si fa bruna,
dalla finestra mia voglio gridare
contro il disco della luna.
La notte è così tersa,
qui forse anche morire non fa male,
che importa se il mio spirito è perverso
e dal mio dorso penzola un fanale.
O Pegaso decrepito e bonario,
il tuo galoppo è ora senza scopo,
giunsi come un maestro solitario
e non canto e non celebro che i topi.
Dalla mia testa come uva matura
gocciola il folle vino delle chiome,
voglio essere una gialla velatura
gonfia verso un paese senza nome.
il testo della canzone si ispira alla poesia 'confessioni di un teppista' di Sergej Esenin, il poeta russo immaturamente e misteriosamente scomparso a soli trent'anni con tre matrimoni alle spalle, oltre a numerose avventure amorose e non solo.
(qualcuno potrà obiettare, ma come mescoli Esenin con Branduardi? Sì, e allora?)
Su un libro ho trovato un brandello di un componimento a lui attribuito, o forse l'intero:
Ecco, e arrivato l'autunno profondo,
gli uccelli hanno smesso di mangiare la merda,
qualche mucca ha cagato dentro il secchio del latte, che tempo, fanculo tua madre...
Col il capo sulle spalle come un lume
così mi diverto a rischiarare
il vostro autunno senza piume.
Mi piace che mi grandini sul viso
la fitta sassaiola dell'ingiuria,
mi agguanto solo per sentirmi vivo
al guscio della mia capigliatura.
Ed in mente mi torna quello stagno
che le canne e il muschio hanno sommerso
ed i miei che non sanno di avere
un figlio che compone versi;
ma mi vogliono bene come ai campi
alla pelle ed alla pioggia di stagione,
raro sarà che chi mi offende
scampi alle punte del forcone.
Poveri genitori contadini,
certo siete invecchiati e ancor temete
il Signore del cielo e gli acquitrini,
genitori che mai non capirete
che oggi il vostro figliuolo è diventato
il primo fra i poeti del Paese
e ora in scarpe verniciate
e col cilindro in testa egli cammina.
Ma sopravvive in lui la frenesia
di un vecchio mariuolo di campagna
e ad ogni insegna di macelleria
la vacca si inchina sua compagna.
E quando incontra un vetturino
gli torna in mente il suo concio natale
e vorrebbe la coda del ronzino
regger come strascico nuziale.
Voglio bene alla patria
benché afflitta di tronchi rugginosi
m'è caro il grugno sporco dei suini
e i rospi all'ombra sospirosi.
Son malato di infanzia e di ricordi
e di freschi crepuscoli d'Aprile,
sembra quasi che l'acero si curvi
per riscaldarsi e poi dormire.
Dal nido di quell'albero, le uova
per rubare, salivo fino in cima
ma sarà la sua chioma sempre nuova
e dura la sua scorza come prima;
e tu mio caro amico vecchio cane,
fioco e cieco ti ha reso la vecchiaia
e giri a coda bassa nel cortile
ignaro delle porte dei granai.
Mi sono cari i miei furti di monello
quando rubavo in casa un po' di pane
e si mangiava come due fratelli
una briciola l'uomo ed una il cane.
Io non sono cambiato,
il cuore ed i pensieri son gli stessi,
sul tappeto magnifico dei versi
voglio dirvi qualcosa che vi tocchi.
Buona notte la falce della luna
sì cheta mentre l'aria si fa bruna,
dalla finestra mia voglio gridare
contro il disco della luna.
La notte è così tersa,
qui forse anche morire non fa male,
che importa se il mio spirito è perverso
e dal mio dorso penzola un fanale.
O Pegaso decrepito e bonario,
il tuo galoppo è ora senza scopo,
giunsi come un maestro solitario
e non canto e non celebro che i topi.
Dalla mia testa come uva matura
gocciola il folle vino delle chiome,
voglio essere una gialla velatura
gonfia verso un paese senza nome.
il testo della canzone si ispira alla poesia 'confessioni di un teppista' di Sergej Esenin, il poeta russo immaturamente e misteriosamente scomparso a soli trent'anni con tre matrimoni alle spalle, oltre a numerose avventure amorose e non solo.
(qualcuno potrà obiettare, ma come mescoli Esenin con Branduardi? Sì, e allora?)
Su un libro ho trovato un brandello di un componimento a lui attribuito, o forse l'intero:
Ecco, e arrivato l'autunno profondo,
gli uccelli hanno smesso di mangiare la merda,
qualche mucca ha cagato dentro il secchio del latte, che tempo, fanculo tua madre...
sabato 17 gennaio 2015
di terra, di cielo, di gatti
Come dorme bene un gatto
dorme con zampe e di peso,
dorme con unghie crudeli,
dorme con sangue sanguinario,
dorme con tutti gli anelli
che come circoli incendiati
costruirono la geologia
d'una corda color di sabbia.
dorme con unghie crudeli,
dorme con sangue sanguinario,
dorme con tutti gli anelli
che come circoli incendiati
costruirono la geologia
d'una corda color di sabbia.
Vorrei dormire come un gatto
con tutti i peli del tempo,
con la lingua di pietra focaia,
con il sesso secco del fuoco
e, non parlando con nessuno,
stendermi sopra tutto il mondo,
sopra le tegole e la terra,
intensamente consacrato
a cacciare i topi del sogno.
con la lingua di pietra focaia,
con il sesso secco del fuoco
e, non parlando con nessuno,
stendermi sopra tutto il mondo,
sopra le tegole e la terra,
intensamente consacrato
a cacciare i topi del sogno.
Ho veduto come vibrava
il gatto nel sonno:
correva la notte in lui
correva la notte in lui
come acqua oscura,
e a volte pareva cadere
o magari precipitare
nei desolati ghiacciai,
forse crebbe tanto nel sonno
come un antenato di tigre
e avrebbe saltato nel buio
tetti, nuvole e vulcani.
o magari precipitare
nei desolati ghiacciai,
forse crebbe tanto nel sonno
come un antenato di tigre
e avrebbe saltato nel buio
tetti, nuvole e vulcani.
Dormi, dormi, gatto notturno
con i tuoi riti di vescovo,
e i tuoi baffi di pietra:
ordina tutti i nostri sogni,
guida le tenebre delle nostre
addormentate prodezze
con il tuo cuore sanguinario
e il lungo collo della tua coda.
e i tuoi baffi di pietra:
ordina tutti i nostri sogni,
guida le tenebre delle nostre
addormentate prodezze
con il tuo cuore sanguinario
e il lungo collo della tua coda.
(Pablo Neruda - Un gatto)
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