lunedì, almeno qui dalle mie parti, ha avuto inizio la prossima rivoluzione.
nello stesso giorno hanno aperto le scuole e sono cambiati gli orari di bus e corriere, mentre per la soppressione di oltre una trentina di treni locali, i pendolari dovranno pazientare, ma ancora per poco.
martedì, tanto per mettersi al vento, gli autoferrotranvieri hanno fatto sciopero e le vecchiette genovesi hanno avuto un giorno per riprendersi dallo choc e 'imparare' i nuovi percorsi.
gli extraurbani, invece, un giorno intero per smoccolare contro tagli di corse e coincidenze che 'tirano dritto'.
da mercoledì si comincia a capire l'antifona: tempi di percorrenza allungati di un tot per via di oscuri motivi a cui si aggiungono i numerosi cambi di mezzi con relative attese alla fermata e torna in auge tra i passeggeri il detto 'sai quando parti non sai quando arrivi'.
il tutto condito da condizioni inumane di imbarco e trasporto passeggeri, tale da farti sentire come ai tempi degli assalti alle diligenze.
i nuovi mezzi urbani lunghi diciotto metri sono insufficienti a regolare il flusso dei viaggiatori e a chi resta in fondo, nonostante l'urlato passaparola 'apri dietro!!!', resta solo di farsi avanti e sperare, entro le due fermate successive alla propria, di riuscire a scendere.
sui vecchi mezzi extraurbani, invece si torna a respirare il clima dei tempi della mitica vettura centodiciotto, quella che prima di spegnersi definitivamente è andata a fuoco per tre volte.
a dire il vero nessuno sa dire esattamente come sia finita la centodiciotto.
la leggenda narra che l'autista del terzo incendio, invitato a intervenire dagli utenti abbia risposto 'non ci penso nemmeno', altri affermano che più di un conduttore abbia espresso la volontà di sacrificarsi e far finire la vettura in un burrone dove potesse venire inghiottita senza tema di recupero.
sulla mitica centodiciotto niente era governabile.
le luci si accendevano e spegnevano a prescindere, le porte si aprivano e chiudevano a sua discrezione, pioveva dal tetto, ma nessuno ha mai trovato da dove, i finestrini si aprivano solo d'inverno e il riscaldamento funzionava solo se la temperatura esterna superava i trenta gradi.
paraurti, carrozzeria interna ed esterna stavano insieme per la sporcizia, ma le ruote giravano e il motore arrancava tra assordanti rumori e fumi di vario colore tanto che nemmeno era necessario tentare di suonare le trombe per avvisare le auto che stavano per incrociarla che, in ogni caso, l'avrebbero scambiata per il raglio di un asino e quindi ignorata dato che qui di asini per strada nessuno ne ha mai visti.
ora sulla linea che porta dalle mie parti hanno assegnato una 'corriera' dono di un istituto di suore che appena riesco fotografo.
credo sia degli '50, bianca... da lontano sembra un'ambulanza, cosa che già predispone malamente lo spirito di chi ha l'obbligo di salirci.
dentro è spaziosa, più delle altre, e come dicevo ha un so chè che induce ognuno a fare il suo meglio per apparire in modo da lasciare un buon ricordo nell'altro.
come ai tempi della centodiciotto... quando chi scendeva ringraziava il cielo e augurava sentitamente a chi restava di concludere con buona fortuna il viaggio, pensando tra sè e sè al proprio scampato pericolo e alla possibilità che quella fosse l'ultima volta che avrebbe incrociato o viaggiato con quegli sventurati.
si parla, si ride, si raccontano aneddoti, si coinvolgono gli autisti.
i veterani vengono aggiornati delle reazioni di quelli appena arrivati a cui spesso i passeggeri insegnano i trucchi segreti che riguardano il funzionamento della vettura, e così si cerca di scongiurare la disgrazia prossima ventura, nella goliardia.
ho sempre più desiderio di visitarlo, Canate, il paese abbandonato a un'ora di cammino su per le mulattiere della valle... penso spesso che in fondo sono passati sono una sessantina di anni da quando ogni giorno i suoi abitanti si facevano gli oltre mille gradini in salita e discesa per poi recarsi, con gli stessi mezzi di oggi, nella city.