parlo turco forse?
quando dico che leggo tra le righe, capisco il tono ma non la musica, che credo solo in quel che sento oppure che tutto è relativo?
le cose un po' ci sono è un po' no, le devo legare? e con cosa? ma perché?
rifletto? e cosa? sono uno specchio?
aspetto? e chi? per farci cosa?
una goccia cade, per caso, nel mare e va. lo sa su che spiaggia arriva? e se evapora prima?
la penso come la penso e tu come la pensi?
come me? non credo!
e io la penso come te? e che ne so?
e se siamo vicini è per fare cosa?
ma vicini come?
come accostati sul tram?
allora distanti come i poli della terra!
giochiamo ancora?
dimmi di sì o vattene via.
poi torna quando vuoi ma non dire cose sensate che hai preparato per rabbonirmi.
mi annoiano, mi irritano, mi stancano.
"Nel momento del morso la tarantola inietta un fluido quasi impercettibile, il veleno, che uccide subito il paziente col suo contagio, ove non siano pronte musica e danza..."; questa frase del medico Giorgio Baclivi (1668-1707) tratto da un suo trattato sull'argomento dà un quadro puntuale del mito della tarantola. Nella Puglia del Seicento era, infatti, opinione diffusa che l'unica terapia per guarire dal morso della tarantola fosse una danza ripetitiva e progressivamente accelerata, che induceva a contorsioni e movimenti utili a liberare il corpo della vittima dal veleno.