Se a gennaio scorso prese avvio la narrazione dei 36 stratagemmi, quest'anno saranno gli spunti delle sei donne di saggezza a fare da filo conduttore al mio dialogo sui principi che hanno regolato l'esistenza degli uomini e delle donne nell'antico oriente.
Sintetizzare ognuna delle sei biografie non ha molto senso dato che ciascuna narra fondamentalmente qualcosa che nel nostro linguaggio si trasforma nella banalità del ciclo: nascere, crescere, morire.
Come avviene quando si dice "c'era una volta" che qui diventa "c'è a questo punto", questo ciclo va immaginato come: non nascere, stato di vacuità, non morte.
Un rovesciamento mentale in cui occorre tener conto che mentre l'occidente era assorto nelle scoperte scientifiche, in India e Tibet gli yogi hanno sviluppato la mente e il corpo così che mentre noi abbiamo ottenuto i nostri miracoli: la televisione, il telefono, l'aeroplano che solo duecento anni fa sarebbero stati inconcepibili alla mente umana e considerati eresie, c'era chi nella solitudine eremitica sviluppava altro genere di ricerche producendo effetti quali quelli narrati in questo libro, dal volare, al levitare, al lasciare impronte sugli scogli, al mutare gli eventi e altre "stranezze".
Ora da atea, non mi pongo il problema di conoscere queste dottrine per ricavarne una fede, quanto perchè essendo una visionaria pragmatica, mi offrono un metodo (per altro collaudato) per fare il punto sulla mia personale evoluzione di essere umano, mi aiutano a disciplinarmi.
In qualche modo questo che ho scritto è il fulcro delle storie delle sei yogini. A un certo punto nasce potente e prepotente l'esigenza di andare contro tutti e contro tutto pur di arrivare il più vicino possibile al sè, inteso però diversamente da quanto vale oggi qui, in questo tempo e in questo spazio.
Drenchen Rema (donna vestita di cotone, dalla grande consapevolezza) realizza a tredici anni di voler compiere questo percorso e non sente ragioni di sorta. Non "glienefreganiente"neanche di essere riconosciuta come dakini dagli altri, le interessa solo "praticare" in solitudine e povertà, tanto che quando trovò un'adepta le disse: "Se vieni con me, devi rinunciare a tutto e vivere di acqua". O quando fu riconosciuta da una folla che la provocava dicendole: "Se sei una dakini, mostraci i tuoi poteri" a cui rispose: "Non ho poteri!" e arrabbiata, cominciò a scagliare contro di loro pietre, ma anzichè ferirli, le pietre curavano tutti i loro mali.
E' il profilo più scarno, esprime su tutti un concetto:
Quanto hai dubbi o devi prendere decisioni, usa la tua saggezza innata, non rivolgerti agli altri. Unisci il modo di vedere con il modo di agire.
Saggezza innata e coerenza tra il dire e il fare. Essenzialità che mi vede concorde.
Andar dietro alle troppe parole che mutano a seconda di come gira il vento è come per un elefante promettere di condividere il persempre con una farfalla. Dopo due giorni la farfalla muore e l'elefante vive altri cento anni "senza". Le parole danno origine ai fatti e alle azioni e le descrivono, ma sono labili, imprecise, interpretabili mentre l'essenza del proprio pensiero (o del pensiero proprio) è una guida più precisa e sincera, più aderente all'origine e alla meta.
Il miglior modo di combattere il male è quello di progredire energicamente nel bene.
(I Ching)
Introduzione e indice
provvisoriamente _ ironicamente _ fugacemente _ instabilmente _ cinicamente _ p a r a l l e l a m e n t e_click
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(...) vecchia (e stanca) bio contadina part time,
considero il blog una finestra come le altre che ho in casa e,
per chi guarda da fuori, una stanza al pari di un'altra.
bella o brutta che sia, mi soddisfa e tanto mi basta.
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Visualizzazione post con etichetta Dakini. Mostra tutti i post
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martedì 8 novembre 2011
venerdì 4 novembre 2011
la mente del principiante
Sandhyabhasa ovvero, tradotto dal sanscrito, "la lingua del crepuscolo", attraverso cui si esprime un "diverso modo di conoscere" e cioè una sorta di linguaggio intraducibile utilizzato dalle dakini (in tibetano: khadro, in italiano: "che va nel cielo") ossia la manifestazione più importante del principio femminile nel buddhismo tibetano.
NON sono buddhista, ma da diversi anni mi capita spesso di trovare definizioni di quelle che definisco le mie priorità nel pensiero orientale e in particolare in quello zen, appunto nel buddhismo, oltre che nel feng shui cinese.
La mente del principiante (principiante non nel senso di dilettante quanto di "iniziante") è, diciamo, una guida a questo processo di avvicinamento a saperi esoterici o quanto meno insoliti, una sorta di atteggiamento mentale che fa sì che spesso quando ci si trova allo scuro di una materia o di un argomento se ne riesca a intuire l'essenza ed estrapolarne una qualità, ma anche qualcosa che ha a che fare con la curiosità iniziale "che prende spunto e via" e alla tendenza a interessarsi dei fenomeni intorno e dentro di noi in modo istintivo e nonostante il parere o il giudizio contrario degli altri.
Allo stesso modo, anzi viceversa, quando l'incontro non si conferma vicino o interessante per noi, così come quando si diventa o ci si considera esperti in qualche cosa questa abilità si smorza, diventa ripetizione e noia o sparisce inghiottita dal rumore e da tutto quello che può allontanarci dal nostro centro, dalla nostra ricerca, dalla modalità conoscitiva che ci è propria.
Ho iniziato questo libro piuttosto complesso sulla donna e il principio femminile nel buddhismo tibetano attraverso la vita di sei monache buddhiste e solo la prefazione e l'introduzione sono di ben ottanta pagine su duecentocinquantaquattro.
Ho iniziato questo libro piuttosto complesso sulla donna e il principio femminile nel buddhismo tibetano attraverso la vita di sei monache buddhiste e solo la prefazione e l'introduzione sono di ben ottanta pagine su duecentocinquantaquattro.
E' da lì che ho preso spunto per la mente del principiante, la lingua del crepuscolo, le dakini, la verginità e il silenzio. Ora però come procedere in modo ordinato?
E qui torniamo al linguaggio delle dakini, come lo spiegherebbero il bisogno a un certo punto della vita di una donna di fare esperienza di un'esistenza "vergine"?
Intanto non comincerebbero mai col dire "c'era una volta" semmai "c'era a un certo punto" perché siamo all'interno di forme pensiero in cui si sa che tutta la vita è uno scorrere di cicli successivi e ricorrenti.
Intanto non comincerebbero mai col dire "c'era una volta" semmai "c'era a un certo punto" perché siamo all'interno di forme pensiero in cui si sa che tutta la vita è uno scorrere di cicli successivi e ricorrenti.
Per esempio io non l'ho vissuta la condizione di verginità, dato che negli anni '70 si passava dall'infanzia alle orge (semplifico un po', ma serve a far capire) quindi è anche normale che a un certo punto si avverta l'esigenza o la curiosità di fare anche senza (magari perché sei obbligata), oppure perchè entra in gioco il pensiero orientale.
Ogni esperienza ha un suo perché, nasce da qualcosa di profondo che è in noi e che spesso si vorrebbe diverso o semplicemente è tempo che cambi.
Ogni esperienza ha un suo perché, nasce da qualcosa di profondo che è in noi e che spesso si vorrebbe diverso o semplicemente è tempo che cambi.
E qui si passa al ruolo del silenzio, al ritiro dal mondo, all'isolamento o, detto in altri termini, alla discesa negli inferi e alla riemersione che spesso ha a che vedere con la malattia o che comunque piacevole non è, sebbene sia assolutamente necessaria ma (a mio avviso) da considerarsi sempre momentanea e da accettare quindi con paziente rassegnazione, anche considerando il fatto che vi possa essere un vantaggio o un insegnamento di cui rallegrarsi anche nei momenti bui (facile a dirsi, lo so, tuttavia non è da escludere), insomma alternanza, fluttuazione, complementarietà.
Alcune dakini sono saggezza, altre tentazione, l'alternanza delle une con le altre è il contrario della barriera dualistica che conduce alla continua lotta tra tra lo spazio interno e quello esterno. E' invece una sorta di gioco sfaccettato. "Alla dakini piace scherzare: gioca d'azzardo con la tua vita", parla attraverso l'esperienza anzichè complicate disquisizioni filosofiche, per questo è in relazione agli insegnamenti tantrici che hanno a che fare direttamente con l'energia del corpo, della voce e della mente piuttosto che con gli insegnamenti sutrici, più intellettuali.
Alcune dakini sono saggezza, altre tentazione, l'alternanza delle une con le altre è il contrario della barriera dualistica che conduce alla continua lotta tra tra lo spazio interno e quello esterno. E' invece una sorta di gioco sfaccettato. "Alla dakini piace scherzare: gioca d'azzardo con la tua vita", parla attraverso l'esperienza anzichè complicate disquisizioni filosofiche, per questo è in relazione agli insegnamenti tantrici che hanno a che fare direttamente con l'energia del corpo, della voce e della mente piuttosto che con gli insegnamenti sutrici, più intellettuali.
Iniziazione e liberazione sono altri due termini ricorrenti nell'introduzione e posso ben comprendere perché. Il senso da dare non è quello dell'ascesa materiale verso la fama e la fortuna (come si pensa in occidente) ma lo sviluppo dei livelli sottili della persona, il processo per cui l'individuo prende una decisione.
Nel caso specifico delle storie narrate nel libro (ma anche nel mio piccolo soprattutto negli ultimi anni) le decisioni sono guidate dai sogni, da visioni e da intuizioni espresse nel linguaggio delle dakini che assomiglia alla musica delle sfere nell'ora del crepuscolo che nel libro si intende come il momento tra la veglia e il sonno, ma che personalmente associo all'autunno, alla maturità, al romanticismo decadente che ti coglie indipendentemente dall'età anagrafica anzi spesso la cambia tanto da farci sembrare a volte decrepiti e subito dopo come rinati.
Ovviamente il testo parla diffusamente del ruolo maschile all'interno del processo di liberazione della dakini, ma in ultima analisi il buddhismo tantrico tibetano è tra i meno discriminanti e le differenze tra l'uomo e la donna di fatto cessano di esistere proprio in quanto espressione di un dualismo che è più ostacolo che viatico per il raggiungimento degli obiettivi di questa scuola di pensiero.
Nel caso specifico delle storie narrate nel libro (ma anche nel mio piccolo soprattutto negli ultimi anni) le decisioni sono guidate dai sogni, da visioni e da intuizioni espresse nel linguaggio delle dakini che assomiglia alla musica delle sfere nell'ora del crepuscolo che nel libro si intende come il momento tra la veglia e il sonno, ma che personalmente associo all'autunno, alla maturità, al romanticismo decadente che ti coglie indipendentemente dall'età anagrafica anzi spesso la cambia tanto da farci sembrare a volte decrepiti e subito dopo come rinati.
Ovviamente il testo parla diffusamente del ruolo maschile all'interno del processo di liberazione della dakini, ma in ultima analisi il buddhismo tantrico tibetano è tra i meno discriminanti e le differenze tra l'uomo e la donna di fatto cessano di esistere proprio in quanto espressione di un dualismo che è più ostacolo che viatico per il raggiungimento degli obiettivi di questa scuola di pensiero.
Indice dei successivi post
Nangsa Obum
Lasciar andare e poi tornare
Apprendimento esperienziale
Machig Lapdron
Lo stato delle cose come sono
Jomo Memo
Analogie tantriche
Machig Ongjo
Non nascita e karma
Drenchen Rema
C'è a questo punto
A-Yu Khadro
giovedì 4 novembre 2010
La donna tantrica -2

Il rito sessuale di re-integrazione più efficace prevede l'unione con una donna durante il suo periodo mestruale, quando la sua energia sessuale è alla massima potenza. Il rito andrebbe svolto, per aumentare l'efficacia, su terreno di cremazione, tra cadaveri e pire in fiamme.
Alcune tradizioni tantriche, quelle che rappresentano il filone più antico, ritengono che il seme maschile debba essere eiaculato nella yoni della donna come se fosse un'offerta di olio consacrato che si versa in un altare di fuoco in un autentico orgasmo fisico di entrambi i partners che si consuma e si trasforma in un'estasi ancor più grande.
Altre tradizioni, legate all'ortodossia indiana, sostengono che l'orgasmo debba essere totalmente inibito, affinchè l'energia trattenuta possa venire sublimata totalmente in radiosa gioia interiore. Mentrei riti tantrici più famosi consistono in varianti del chakrapuja, una specie di Comunione prolungata che si pratica di notte tra un certo numero di coppie, non importa se sposate o no, che si concedono le cinque gioie normalmente proibite nella società delle caste superiori: carne, alcool, pesci, cereali e sesso.
Il Tantra è l'unico filone della tradizione indiana che coltivi l'esperienza estetica in se stessa ritenendo che, tutte le risposte del corpo, sensuali, emotive e intellettuali suscitate dall'arte, alimentino e arricchiscano il fuoco tantrico.
Così tutta l'arte indiana è profondamente sensuale, la poesia, la canzone, la scultura e la pittura indiana insistono sempre con amore sui dettagli fisici e i colori della loro passione per trasmettere un riflesso dell'estasi cosmica a chi segue la via dell'amore positivo.

Il tantrista ha un interesse profondo per l'astronomia e l'astrologia e studia sempre i diagrammi temporali che riguardano gli eventi significativi della sua vita, identifica la colonna centrale interna della sua spina dorsale (chiamata Sushumna) con l'asse centrale del Monte Meru, divenendo egli stesso il centro intorno a cui si muove l'intero circuito del suo mondo. Armato di altri diagrammi il tantrista si prepara ad analizzare il mondo e a scoprire che tutte le energie che lo compongono e vi fluiscono provengono dalla sua stessa struttura sensuale e mentale. Può così farle convergere nel punto più basso delle 'ruote' (chakra) o "fiori di loto" del suo corpo sottile.
Un'intera serie di questi fiori di loto, o loti, è disposta verticalmente sul filamento luminoso del Sushumna centrale. Sono tutti mandala di vario tipo e di solito sono sei, più un settimo posto al culmine del cranio, alla radice critica dell'esistenza. Alcune tradizioni ne visualizzano altri, che si librano oltre la sommità del corpo nei diversi livelli dell'Aldilà. Coppie di canali sottili, maschio e femmina, 'sole' e 'luna', bianco e rosso, si avvolgono a spirale intorno ai loti, facendo circolare l'energia, vengono controllati attraverso il respiro.
Il loto più basso (con quattro petali) è alla base della pelvi, nel perineo e localizza in questo punto (Kundalini), il serpente sottile che rappresenta in ciascun uomo la funzione della dea generatrice del mondo.
Ella dorme avvolta intorno a un lingam interiore, che le copre la bocca con la sua.
La bocca del lingam è l'ingresso dell'estremità inferiore di Sushumna, e le spire della dea serpente son la fonte del mondo dell'esperienza.
Con l'aiuto delle posizioni dello yoga e dei rituali sessuali, tenendo il suo disco del mondo all'interno del cerchio di questo loto, il tantrista "risveglia" Kundalini, che si drizza e penetra l'estremità inferiore di Sushumna per cominciare la sua ascesa.
La sensazione iniziale è violenta e indescrivibile. Poi Kundalini penetra via via nei loti più alti, man mano che il tantrista concentra la sua mente sulla struttura e il significato di ciascuno di essi.
Il tantrista indù mira a ottenere che il suo Kundalini ascenda Sushumna il più spesso possibile; la meta suprema è l'ascensione permanente. Il tantrista seguace di Buddha, anche se la sua religione gli impone di rifiutare immagini sensuali che potrebbero essere troppo dirette e intriganti, visualizza tuttavia una "fanciulla interna" che sale lungo la sua spina dorsale.
Nell'arte tantrica buddhista è rappresentata da figure femminili come la rossa Dakini.
Il Tantra buddhista da poca importanza al loto più basso, ignora il Kundalini e preferisce omettere il loto posto dietro i genitali, identificando l'energia ascendente della consapevolezza di sè con la vitalità sessuale, simbolizzata dal seme maschile nato dalla figura femminile.
Questo rituale tantrico si sofferma dapprima sul loto del fuoco a livello dell'ombelico, considerandolo, come già il Tantra indù, il luogo critico della trasformazione dove si trova un altare circondato da guardiani divini fiammeggianti in cui il sé viene immolato, come il corpo del morto sulla pira funebre.
Per quanto riguarda il loto del cuore, il Tantra buddhista immagina il più completo e caratteristico insieme di campi di energie, in modo molto più elaborato di quello presentato dalla scuola indù. L'insieme è strutturato in cinque cerchi all'interno di un grande disco piatto: quattro sono collocati ai punti cardinali, il quinto è al centro. All'interno di ogni cerchio è dipinta, in un colore simbolico, un'immagine serena del Buddha che medita in unione sessuale con la sua Saggezza, insieme con alcune figure sussidiarie.
Ogni Buddha rappresenta la condizione in cui si è consapevoli di tutti i punti di vista errati prodotti da una particolare emozione o da un inganno della mente evitando però di fissare la propria mente su "cose superiori" come divinità o astrazioni e imparando invece a vivere per sempre in uno stato che implica la rinuncia a tutte le cose, anche "superiori", considerate come illusioni, dissolte in un tessuto immenso e ininterotto di relazioni al di fuori dello spazio e del tempo.
Il buddhista medita su tutti i cerchi seguendo un ordine a spirale (Sud, Est, Nord, Ovest), fino a comprendere a fondo il significato di ognuno, che deve poi essere assorbito in quello successivo.
Il cerchio a Est, il regno della collera, è particolarmente importante, perchè questa "emozione" rappresenta in qualche modo la radice dell'energia che fa progredire la meditazione; l'immagine adirata, Vajapani, incarna l'energia del meditatore che vuole riuscire a comprendere.
Il più famoso mantra del buddhismo è "Om mani padme Hum", dove Om è il suono che rappresenta l'illuminazione centrale; mani padme significa "gioiello del loto" o "maschio nell'organo della femmina" e rappresenta lo stato di completezza, l'energia che infonde saggezza; Hum è il suono del potere, che spinge il mantra a funzionare.
Questa energia spesso è simboleggiata da un utensile chiamato vajra, provvisto di denti ornati ricurvi che racchiudono un dente centrale diritto. Tutti i buddhisti seguaci del Tantra ne possiedono uno, che serve come serbatoio del proprio potere personale. Vajarapani significa infatti "colui che tiene il vajra".
Per intensificare la sua meditazione il monaco tantrista a volte usa un campanello, che fa suonare in continuazione sfiorandone l'orlo con un bastoncino, in modo da produrre un ronzio prolungato, dolce e incantevole. Questo suono è il simbolo che esprime la verità più remota e sottile del Tantra. E' la forma udibile del mantra indiano e antico più potente: Om. Perchè il Tantra, come ogni scienza positiva, riconosce che la struttura di tutte le cose, anche quelle apparentemente più dense, è connessa a un ordine di vibrazioni che per l'intelletto umano è simboleggiato dal suono.
E le funzioni ritmiche (il battito del cuore, il respiro, il ricambio cellulare) strutturano la vita e il senso del tempo di ogni essere animale. Le differenze e le interiezioni tra le cose materiali come noi le sperimentiamo hanno le loro radici nei tipi di interferenze prodotte tra le frequenze combinate delle vibrazioni.
Om è il suono che, se usato correttamente, può unire e armonizzare tutti quei campi d'azione della dea generatrice. Con esso il seguace del Tantra giunge al compimento della sua meditazione e devozione. Finalmente può imparare come trasmettere l'armonizzante Om facendolo risuonare fino alla cavità cristallina della sua spina dorsale sottile, e aprire l'intero suo corpo a quell'energia originaria che, allora, scorrerà dentro di lui passando per la sommità del suo capo.
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