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(...) vecchia (e stanca) bio contadina part time,
considero il blog una finestra come le altre che ho in casa e,
per chi guarda da fuori, una stanza al pari di un'altra.
bella o brutta che sia,
mi soddisfa e tanto mi basta.

martedì 5 luglio 2011

il muro


argomento ostico e suggestivo... dalle tante interpretazioni... a me evoca, tra le altre (e, probabilmente, contrariamente al prossimo), suggestioni di libertà.


La parete di Marlen Haushofer


Una donna, durante una gita in montagna, rimane separata dal resto del mondo da una parete sorta misteriosamente e deve organizzarsi per sopravvivere, maturando un nuovo rapporto con la natura, gli animali, se stessa e il proprio passato.


Il resoconto martellante a mo' di cronaca di una solitudine forzata ma vissuta come necessaria, una parete che permette a questa donna di curare i suoi gesti e di agire le sue scelte.

Nel suo percorso, al di qua del muro che la divide dal mondo rimasto in sospeso, sperimenta l'indifferenza per ciò che non è più e la ricerca di quello che le manca.


In un giorno qualsiasi, la protagonista femminile del romanzo scopre, mentre trascorre delle vacanze in uno chalet di montagna, la presenza di una barriera trasparente ed insormontabile. Questa “cosa” misteriosa verrà chiamata “la parete”. La parete è invisibile, fredda, liscia; impedirà il cammino relegando l’unica sopravvissuta in un tempo nuovo e circoscritto all’interno di un bosco alpino. La donna è sola e non riesce nemmeno a rivedere i coniugi che la stavano ospitando nello chalet; inevitabilmente inizia una nuova vita, lontano dalla città che fino a quel momento l’aveva accolta.

E’ come vivere in una prigione rappresentata da una montagna, perfettamente chiusa e circondata dalla parete. Il romanzo si avvicina al Robinson Crusoe di Daniel Defoe poiché in entrambi gli scritti si narra di un personaggio che vive in solitudine all’interno di uno spazio definito. Da segnalare che mentre Robinson, essendo un naufrago, è ben cosciente di ciò che gli è accaduto, nella parete la figura femminile si smarrisce davanti ad una nuova realtà totalmente ignorata. Perché la parete? Dove arriverà? Cosa racchiude? Attraverso l’immensa e trasparente vetrata, riesce a percepire l’inesistenza di vita al di la della stessa.

Marlen Haushofer (1920-1970), austriaca, è autrice di vari romanzi e racconti tra i quali Un cielo senza fine, La mansarda, Abbiamo ucciso Stella, pubblicati dalle Edizioni e/o. Pur avendo ricevuto nel 1963
il Premio Schnitzler, è vissuta sostanzialmente ai margini degli ambienti letterari, scrivendo "sul tavolo della cucina", la mattina presto, quando ancora marito e figli dormivano.

Moriranno di nostalgia, ma non torneranno. (Su un muro in Nicaragua poco tempo dopo la caduta del dittatore Somoza)


Coloro che fanno la rivoluzione a metà si scavano la tomba da soli. (Sui muri della Sorbona nel '68)


Prendiamo sul serio la Rivoluzione ma non prendiamo sul serio noi stessi. (Sui muri della Sorbona nel '68)


Consumate di più, vivrete di meno. (Sui muri di Parigi nel '68)


Io non voglio morire mai, perché voglio giocare sempre. (Scritto da un bambino su un muro di Montevideo)


L'uomo alato preferisce la notte (Su un muro di Montevideo)


C'è un paese diverso, da qualche parte. (Su un muro)


Libertà è coscienza dei propri desideri. (Piazza della Sorbona nel '68)


Quando il carcerato piange l'uomo libero trema. (sul muro di un carcere)


La giustizia dei ricchi è la sofferenza dei poveri. (Sul muro di un carcere)


La libertà è il crimine che contiene tutti i crimini, è la nostra arma assoluta. (Sui muri della Sorbona nel '68)


Non liberarmi, grazie ci penso io. (Muri di Parigi, maggio '68)


Aiutate la polizia: torturatevi. (Su un muro in Uruguay)



Video originale


Il muro

... ed ecco all’improvviso mi trovai un muro davanti... sembrava comparso dal nulla, un “dispetto” della strada... una strada che finisce contro un muro...

La prima cosa che pensai fu di abbatterlo... poi provai a costeggiarlo per evitare una inutile fatica, qualora il muro fosse finito pochi passi più in là... ma non finiva... Cercai allora una breccia, un punto più basso o qualche appiglio per poterlo scavalcare... non mi si presentava nessuna possibilità... il muro era grosso, solido, non finiva più in là, né c’era possibilità di evitarlo...

Ripresi l’idea di demolirlo: dovevo procurarmi della dinamite oppure un martello e uno scalpello... e perchè non lanciarmi contro direttamente?

Certamente la cosa più difficile rispetto ad un muro, che ci ostruisce il passaggio, è fermarsi e chiedersi perchè è lì, a cosa può servire e se “difende” qualcuno: chi è al di qua o chi è al di là di esso...

Capirne il senso può avere una funzione importante: a volte invece di abbatterlo è di gran lunga meglio sedersi e appoggiarsi ad esso o addirittura rinforzarlo con contrafforti o anche solo appenderci sopra un quadro... non sta poi così male... non ti pare?

Tratto da “Come si inventano le fiabe” di Fabio Rondot e Maria Varano, Ed.Sonda

lunedì 4 luglio 2011

Artur Aristakisjan

Nella sua vita Artur Aristakisjan ha girato due film: perché ciascuno di essi è figlio di una gestazione di esperienze vissute lunghe, lunghissime, radicali, apparentemente ai limiti della follia.
Quattro anni con gli emarginati della sua città natale, Kishinev, in Moldavia, per realizzare Ladoni, il suo film di diploma alla gloriosa scuola di cinema di Mosca, la VGIK.
Altri cinque anni, invece nell’
Ultimo posto sulla Terra (Mesto na zemle): così Aristakisjan definisce la casa diroccata di Mosca dove egli stesso ha fondato – per viverci e per girare il proprio film – la comune ‘post-hippy’, tuttavia popolata da disadattati.




(...) Prima di ricucire quel discorso iniziato nel 1993 con Ladoni passano ben 8 anni, con l’uscita di Mesto na zamle ci troviamo in una dirompente estremizzazione di ciò che avevamo visto prima.
Il nuovo lungometraggio è, come lo etichetterà il regista, un film pericoloso.
Lo spettatore è portato in una dimensione che nuovamente, come in Ladoni, non riconosce, non sente sua e questo lo spaventa, lo fa scappare via.
Vedere poi coinvolti in questo mondo, così disgustoso e irreale, dei giovani belli e in salute è solo un aggravante della paura che sorprende chi guarda.




"Coloro che guardano il mio film non si sentono rappresentati ed è per questo che rimangono così profondamente delusi da ciò che vedono sullo schermo. Vedono un film nel quale c’è posto per tutti, tranne che per loro. C’è una ragione fondata per attaccare il film: la per la prima volta si sono imbattute in un cinema nel quale loro non esistono. Magari, ammettono anche di non essere tra i vivi, ma la cosa più importante è che non si ritrovano nel film. Ammettiamo che non siano rappresentati in un dipinto (approvano che sia possibile dipingere dei nani, degli indigeni di una qualche isola), le mostre apparterrebbero loro ugualmente. Andranno alla mostra e guarderanno gli indigeni, non ritroveranno sé stessi, ma ciò li soddisferà comunque e nessuno accuserà Gaugin per il fatto che non ha trovato per i suoi soggetti dei bianchi, dei modelli famosi o delle ragazze nostrane. Ma questo è il cinema - la finestra sul mondo dei desideri – nel quale loro, la gente integrata in questa società, devono assolutamente essere presenti".

(Artur Aristakisjan)

domenica 3 luglio 2011

BENE



Il mio epitaffio potrebbe essere quel passaggio di Sade: mi ostino a vivere perché "Anche da morto io continui a essere la causa di un disordine qualsiasi".

Il pensiero è un risultato del linguaggio.

È ora di cominciare a capire, a prendere confidenza con le parole. Non dico con la Parola, non col Verbo, ma con le parole; invece il linguaggio vi fotte. Vi trafora. Vi trapassa e voi non ve ne accorgete. Voi sputate su Einstein, voi sputate sul miglior Freud, sull'aldilà dei principi di piacere; voi impugnate e applaudite l'ovvio, ne avete fatto una minchia di questo ovvio, in cambio della vostra. Ma io non vi sfido: non vi vedo!

Bisogna fare di sé dei capolavori.

Andiamoci piano con questa storia che un bel giorno si nasce. Non è così scontato. In quegli anni [Anni '30] venire al mondo e farla franca era come scampare ad Auschwitz. La gestante era una signora a rischio, destinata quasi sempre a perire. Lei o il bambino. Qualche volta entrambi.

Io sono già dimenticato, meglio ancora ignorato, in vita. Mi hanno promesso a Otranto i funerali da vivo. Non c'è bisogno di consegnare un cadavere in pubblico per meritare la dimenticanza.

Me ne fotto di quel che mi riguarda. Malati gravi si è per definizione.

È tutta la vita che tolgo di scena il burattino, l'incubo di un pezzo di legno che ci si ostina a voler farcire con carne marcia. Precipitare nell'umano - che parola schifosa - questa è la disavventura. Gli anatomisti gridano al miracolo quando parlano del corpo umano. Ma quale miracolo?! Un'accozzaglia orrenda, inutilmente complicata, piena di imperfezioni e di cose che si guastano.

Il corpo implora il ritorno all'inorganico. Nel frattempo non si nega nulla.

Si nasce e si muore soli, che è già un eccesso di compagnia.

Sheliphron spirifex


ora dico. ma ce ne saranno di posti dove andare a stare in perfetta solitudine e silenzio!
e invece no. anche quest'anno è arrivata sta importunatrice che scova il nido, lo distrugge e mi insegue infastidita dal mio ronzio.

ora lo dico io! ma ce ne saranno di posti dove andare a stare in perfetta solitudine e silenzio!
e invece no. anche quest'anno è arrivata sta importunatrice che si fa il nido, anzi i nidi e mi insegue ovunque con il suo ronzio.


è 'sta vespa solitaria (per forza è solitaria! rompe i maroni soprattutto al pomeriggio nell'ora della pennica!) che vola lentamente mantenendo le zampe a penzoloni, lunghe da 2 a 3 cm, e che caccia ragni e altri piccoli insetti che poi immagazzina in celle di fango costruite ad hoc per la propria prole. fa così: impasta la terra con la saliva e con l’acqua e usa le mandibole per costruire le sue celle di fango.Quando i nidi sono pronti, prima di sigillarli, la vespa va in cerca di ragni, li paralizza con il veleno del suo pungiglione, li porta dentro le celle dove depone anche le sue uova.
Da ogni singolo uovo nasce una larva che si nutre dei ragni vivi e paralizzati, portando a compimento tutta la sua fase giovanile nel bozzolo di terra.

"E’ un insetto assolutamente innocuo. Smaltita la paura iniziale per la sua improvvisa comparsa, se si considera indesiderabile la sua presenza, la cosa migliore da fare è avere pazienza e cercare di seguire i suoi spostamentifino a localizzare il nido. L’asportazione di questo eliminerà automaticamente anche l’insetto che, infastidito, si metterà alla ricerca di unnuovo sito da colonizzare".

e invece no, non è vero affatto! sono tre anni che torna! io che detesto il rumore ma più di tutto impazzisco per i microrumori, ne esco pazza per rintracciare dove non una ma diversi esemplari fanno il loro lavoro. che poi avendo il soffitto e i pavimenti di legno a vista oltretutto vecchio, sai che piacere se si infilano tra le assi?

mi sono inventata di tutto, ho provato tra i libri, nei cassetti dell'Ikea quelli che hanno l'apertura per il dito, tra i travi del soffitto e del pavimento, nelle intercapedini dei telai delle finestre, tra le federe, dietro ai mobili, niente da fare, mi scova e mi distrugge i nidi.
dice che questa è casa sua. ma io potrei dire lo stesso.

NOTA BENE: Il post non ha nulla a che vedere con i commenti che NON sono riferiti ad esso!!!
intendevo parlare delle Vespe solitarie l'ho fatto nel giorno in cui sono apparse, per caso concomitante con altre vicende di cui ero allo scuro e di cui onestamente mi importa una cippa.

assemblaggi

[mól-ce-re (egli mól-ce)]
SIGN Lenire, placare, addolcire
dal latino: [mulcère] carezzare.
Parola poco usata (e coniugata quasi esclusivamente alla terza persona singolare) ma immensamente dolce, offre una connotazione sensibile che sta tutta nel gesto della carezza. Non è un lenire sospeso, non un addolcire gustativo, ma un buio, vibrante accarezzare - carezza che è quasi abbraccio, quasi casa, capace di calmare, rasserenare.
Una poesia di Hikmet o di Montale, così come una sinfonia di Brahms, è in grado di molcere l'affanno dei giorni; un sorriso comprensivo, un abbraccio, molce il livido di una dura critica; il profumo delle siepi di gelsomino molce i pensieri ruvidi e scuri.



Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore.
Edward Morgan Forster

[cu-rio-si-tà]
SIGN Voglia di accrescere il proprio sapere o la propria esperienza; piacere del conoscere indiscrezioni o bizzarrìe - e per estensione, indiscrezione e bizzarrìa
dal latino: [cura]
La tensione più fertile nell'universo dell'umanità prende il nome da una sollecitudine, da un progetto, - da una cura, insomma - che nasce da un presente senso della vita, di una vita vissuta coltivando, orizzonte negli occhi, un qualcosa con la Q maiuscola - spesso impronunciabile ma che, solo, ci dà senso.
La curiosità è l'attitudine a realizzare che dietro all'esperienza, per quanto faticosa, sta la saggezza serena, oltre l'informazione, per quanto fredda, sta il calore della conoscenza - così come dietro alla cura di ogni progetto traspare la buona intenzione.
È una parola che va strappata al gossip e ai "sapevate che...?", poiché è il più genuino appiglio per poter cambiare davvero la vita - e mai inflazionare qualcosa di così prezioso.
Essa presidia, curiosa, il senso della crescita e del cambiamento, e in lei stanno i significati del "Un'occhiata ai libri, due alla vita" di Goethe, e dello "Stay hungry, stay foolish" di Jobs.


sabato 2 luglio 2011

le vie del Caso


Il Libero arbitrio entra in scena dopo che il Caso fa incontrare.
Andare col Caso impone di tener saldo il libero arbitrio.
Altrimenti è il Caos che è cosa diversa dal Caso.


_ Eh, _ disse Gabriel, _ impossibile spiegarlo, sono cose che capitano senza saper perchè. Colpo di genio.
Finì il suo bicchiere di granatina.
_ Che ci vuoi fare. Gli artisti. Così.

(...)

Nell'ora in cui si bevono i sughi di frutta di forti colori e i liquori forti di pallidi colori, sarebbero rimasti essi fermi sulla detta panca vellutata, scambiandosi, nel turbamento delle loro mani allacciate, vocaboli prolifici di comportamenti sessuati in un prossimo avvenire. Ma, alto là, rispose Trouscaillon, non posso qui, su due piedi. Ne va di mezzo la divisa; mi lasci il tempo di mutare panni. E le rifilò un randevù per l'aperitivo al ristorante dello Sferoide, più in su a destra. Giacchè egli abitava rue Rambuteau.

(...)

Ma con precisione, cos'è una zia?_ chiese familiarmente Zazie, col tono di vecchia amica. _ Una checca? Un frocio? Un pedè? Un ormosessuale? ci sono delle sfumature?

(...)

La palla motrice era situata in f2, l'altra palla bianca in g3 e la rossa in h4. Gabriel si apprestava a bocciare e, a questo fine stava mettendo a punto la sua tattica. Disse:
_ Non la scolli più, quella tardona.

(...)

In mezzo all'ammirazione generale sollevò il suo affare per percuotere quindi la palla motrice onde farle descrivere un arco di parabola. Il colpo, deviando da quella che sarebbe stata la sua corretta applicazione, scese a sciabolare il tappeto con uno sfregio il cui valore commerciale era ben tariffato a cura dei proprietari del locale. I viaggiatori che, su altri arnesi analoghi, si erano vanamente sforzati di produrre un analogo resultato, manifestarono la loro ammirazione. Era ora di andare a cena.

liberamente tratto da "Zazie nel metro" il giorno che l'ho preso in libreria aprendo a caso e poi decidendo, dopo aver evidenziato quel che leggevo (cosa che ovviamente mi porta poi comunque ad acquistare il malcapitato libro), che non c'è niente da fare, Raymond Queneau ha classe da vendere, comprare e mangiare.



E_U_T_R_O_P_I_A


Entrato nel territorio che ha Eutropia per capitale, il viaggiatore vede non una città ma molte, di uguale grandezza e non dissimili tra loro, sparse per un vasto e ondulato altopiano.
Eutropia è non una ma tutte queste città insieme; una sola è abitata, le altre vuote, e questo si fa a turno.
Vi dirò ora come.
Il giorno in cui gli abitanti di Eutropia si sentono assalire dalla stanchezza, e nessuno sopporta più il suo mestiere, i suoi parenti, la sua casa e la sua via. i debiti, la gente da salutare o che saluta, allora tutta la cittadinanza decide di spostarsi nella città vicina che è lì ad aspettarli, vuota e come nuova, dove ognuno prenderà un altro mestiere, un'altra moglie, vedrà un altro paesaggio aprendo la finestra, passerà le sere in altri passatempi amicizie maldicenze.
Così la loro vita si rinnova di trasloco in trasloco, tra città che per l'esposizione o la pendenza o i corsi d'acqua o i venti si presentano ognuna con qualche differenza dalle altre.
Essendo la loro società ordinata senza grandi differenze di ricchezze o di autorità, i passaggi da una funzione all'altra avvengono quasi senza scosse; la varietà è assicurata dalle molteplici incombenze, tali che nello spazio d'una vita raramente uno ritorna a un mestiere che già era stato il suo.
Così la città ripete la sua vita uguale spostandosi in su e in giù sulla sua scacchiera vuota.
Gli abitanti tornano a recitare le stesse scene con attori cambiati; ridicono le stesse battute ocn accenti variamente combinati; spalancano bocche alternate in eguali sbadigli.
Sola tra tutte le città dell'impero, Eutropia permane identica a se stessa.
Mercurio, dio dei volubili, al quale la città è sacra, fece questo ambiguo miracolo.

da: Le Città Invisibili di Italo Calvino

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